GESÚ, IL PESCATORE

Ascolta la canzone IL PESCATORE di De Andrè.

Poi rifletti con il tuo prof. per comprendere e dare un volto al Pescatore della canzone. 

IL PESCATORE
All’ombra dell’ultimo sole s’era assopito un pescatore
e aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso.

Venne alla spiaggia un assassino due occhi grandi da bambino
due occhi enormi di paura eran gli specchi d’un’avventura.

E chiese al vecchio: “Dammi il pane ho poco tempo e troppa fame”
e chiese al vecchio: “Dammi il vino ho sete e sono un assassino”.

Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno non si guardò neppure intorno
ma versò il vino spezzò il pane per chi diceva ho sete e ho fame.

E fu il calore d’un momento poi via di nuovo verso il vento
davanti agli occhi ancora il sole dietro alle spalle un pescatore.

Dietro alle spalle un pescatore e la memoria è già dolore
è già il rimpianto d’un aprile giocato all’ombra di un cortile.

Vennero in sella due gendarmi vennero in sella con le armi
chiesero al vecchio se lì vicino fosse passato un assassino.

Ma all’ombra dell’ultimo sole s’era assopito il pescatore
e aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso
e aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso.

PER COMPRENDERE IL GESÚ PESCATORE CHE CHIAMA AD ESSERE PESCATORI DI UOMINI

Nella prima strofa ci vengono forniti alcuni sintetici elementi che vanno a tratteggiare i lineamenti del pescatore: Ci troviamo di fronte ad un vecchio, segnato dal mare e dal tempo, con il volto contraddistinto da un solco che pare un sorriso. Cosa fa? Dorme, mentre il sole sta calando, si concede una siesta, un momento di pausa, forse dal lavoro appena concluso, magari su un pontile o affianco alla sua barca.

L’idea del pescatore assopito in riva al mare, con quel volto rugoso, donano sin dall’inizio l’idea di un uomo saggio, capace di entrare subito in simpatia. Già dalla prima strofa, gli si vuol bene.

Va appena ricordato che, nel gruppo dei dodici apostoli, vi erano numerosi pescatori e Gesù, che era andato ad abitare a Cafarnao, città sul mare di Galilea, certamente aveva dato man forte ai suoi amici.

Nella quiete del sonno del pescatore, però, sopraggiunge improvviso un giovane assassino.

Nella terza strofa accade qualcosa di straordinario: il ragazzo si confessa, dicendo al vecchio pescatore sono un assassino. E questo è davvero singolare, perché vien da chiedersi il motivo per cui uno che ha appena compiuto un omicidio ed è in fuga dai gendarmi confessi al primo che trova il suo delitto. Cosa avrà scorto in quel pescatore? Cosa avrà visto in quel volto con un solco lungo il viso /come una specie di sorriso? Soprattutto, arrivati a questo punto, possiamo iniziare a chiederci chi sia veramente quel pescatore, di chi stia davvero parlando De Andrè?

Quel che sappiamo è che l’assassino si fida di lui, ha fede, ci spingiamo ad affermare, in quell’uomo assopito sulla spiaggia e chiede il suo aiuto.

L’assassino fa intendere in poche battute che ha poco tempotroppa fame e sete. Solo che per dissetarsi non chiede l’acqua, certamente più indicata dell’inebriante vino per uno che sta fuggendo. Chiede pane e vino. Non cibi a caso, quindi.

Il pane e il vino rappresentano, nel cristianesimo, il cibo e la bevanda in cui Cristo si è identificato durante l’ultima cena: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. E perché Cristo dà tutto se stesso, compie quel sacrificio che ai nostri occhi pare tanto assurdo? Nei vangeli troviamo la spiegazione che Gesù stesso dà: questo è il mio corpo che è dato per voi (Lc 22,19) e questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati (Mt 26,28).

In remissione dei peccati, vale a dire, per far quadrare i conti, per cancellare gli errori di tutti.

Proprio questo vede il giovane assassino nel vecchio pescatore. In lui non scorge una condanna, ma una possibilità di aiuto, di soccorso, di perdono che non deve essere neppure chiesto.

E allora ecco a chiedere il pane e il vino, cibo e bevanda del perdono. Non chiede pane e acqua, ricordiamolo, ma pane e vino.

E arriva la risposta, muta, del vecchio, che si risveglia dal torpore del sonno e, senza guardarsi neppure intorno, versa il vino e spezza il pane. Non guarda nemmeno chi glielo stia chiedendo, non inizia a giudicare l’iniquo gesto del giovane, eppure quello gli ha detto, glielo ha confessato, di essere un assassino. Non importa, la misericordia non può guardare a questo, altrimenti si trasformerebbe in giustizia e allora non ci sarebbe più spazio per nessuno. Il giovane confessa di essere un’omicida e in quella confessione possiamo già scorgervi una forma di pentimento, è come se dicesse: sì, ho sbagliato, sono in errore, ma devo fuggire, ho sete e fame.

Così, di fronte alla sofferenza, di fronte a chi diceva ho sete e ho fame il vecchio lo nutre, lo disseta.

Quello che gli offre è proprio il simbolo del nutrimento posto a perdono di tutte le nefandezze umane, di tutte le sozzure, di tutti gli orrori.

Il pescatore, così facendo, antepone la misericordia, il perdono, alla giustizia. 

Qui il ragazzo si accorge di non aver sbagliato, si rende conto di aver fatto bene a fidarsi di quell’uomo, perché non lo ha condannato, non gli ha chiesto nulla, non lo ha neppure guardato in faccia, che significa che non ha guardato alle sue colpe. E allora, per un attimo, sente una pace che lo invade (e fu il calore d’un momento). Però non può perdere tempo, la giustizia umana lo insegue, deve scappare, di nuovo verso il vento.

Mentre fugge, lontano, chissà per quale destinazione, si pente, riconosce lo sbaglio, inizia a rendersi conto di quello che ha fatto, perché il gesto compiuto comincia a dolergli (la memoria è già dolore), comincia a rimpiangere il proprio crimine e il proprio passato.

È come se quel pane e quel vino gli avessero aperto gli occhi sul misfatto. Il giovane compie l’unica vera giustizia possibile, quella con se stesso, ammettendo i propri torti e soffrendo per essi, in una parola, pentendosi.

Se la giustizia non parte anzitutto dal cuore degli uomini, infatti, di chi commette l’errore, a nulla vale la giustizia dello stato, che non farà altro che rendere ancor più acerbo e rabbioso quel cuore. La vera giustizia è quella che uno fa con se stesso.

ecco sopraggiungere due gendarmi, ossia ecco che fanno la loro comparsa i tutori della legge, quelli che attraverso la giustizia devono mantenere l’ordine. Lo fanno per lavoro, è il loro mestiere.

Sono lì, sulla spiaggia, per catturare il criminale. Chiedono al vecchio se abbia visto qualcosa, sentito niente. Devono far giustizia, giustamente diremmo noi. Ma il pescatore, lo sappiamo dall’ultima strofa, si è di nuovo assopito, è tornato a dormire. Egli non condanna, tace.

Vale la pena di ricordare Gesù di fronte alla donna adultera, circondata dagli amministratori della giustizia dell’epoca, incalzato perché anche lui, come loro, la condanni, seguendo i precetti della legge. All’inizio fa finta di niente, si china sulla sabbia, ma quelli insistono. Alla fine nessuno la condannerà, Gesù per primo.

Il pescatore rappresenta così la misericordia, il tratto più distintivo di Dio, e i gendarmi la giustizia, quella sempre troppo umana e che insegue i malvagi con lo schioppo (vennero in sella con le armi), dove il misfatto si paga con la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Il giovane che fugge ha ucciso qualcuno e per la giustizia umana, secondo le sue leggi, deve scontare la colpa allo stesso modo.

L’inseguimento dei gendarmi dice: te la faccio pagare, è giusto che tu paghi per quello che hai fatto. L’immobilità del pescatore, al contrario, oltrepassa il problema, come non ci fosse più, vale a dire: non importa, so che sei un uomo, vedo la tua sofferenza, vedo il tuo pentimento. Ecco il vino, ecco il pane.

Non può sfuggire questa differenza di moti. I gendarmi corrono sui loro cavalli, rincorrono il male, cercando di sopprimerlo con la giustizia. Il pescatore, invece, elimina il male con un gesto d’amore.

Questa sembra la lezione del brano, di De Andrè. L’unica risposta al male non può che essere l’amore e non altro male, camuffato da giustizia. Però, lo sappiamo, per amare così, bisognerebbe essere come quel pescatore, capaci di versare il vino e spezzare il pane, per chiunque dice ho sete e ho fame.

PER COMPRENDERE IL GESÚ PESCATORE CHE CHIAMA AD ESSERE PESCATORI DI UOMINI

Nella prima strofa ci vengono forniti alcuni sintetici elementi che vanno a tratteggiare i lineamenti del pescatore: Ci troviamo di fronte ad un vecchio, segnato dal mare e dal tempo, con il volto contraddistinto da un solco che pare un sorriso. Cosa fa? Dorme, mentre il sole sta calando, si concede una siesta, un momento di pausa, forse dal lavoro appena concluso, magari su un pontile o affianco alla sua barca.

L’idea del pescatore assopito in riva al mare, con quel volto rugoso, donano sin dall’inizio l’idea di un uomo saggio, capace di entrare subito in simpatia. Già dalla prima strofa, gli si vuol bene.

Va appena ricordato che, nel gruppo dei dodici apostoli, vi erano numerosi pescatori e Gesù, che era andato ad abitare a Cafarnao, città sul mare di Galilea, certamente aveva dato man forte ai suoi amici.

Nella quiete del sonno del pescatore, però, sopraggiunge improvviso un giovane assassino.

Nella terza strofa accade qualcosa di straordinario: il ragazzo si confessa, dicendo al vecchio pescatore sono un assassino. E questo è davvero singolare, perché vien da chiedersi il motivo per cui uno che ha appena compiuto un omicidio ed è in fuga dai gendarmi confessi al primo che trova il suo delitto. Cosa avrà scorto in quel pescatore? Cosa avrà visto in quel volto con un solco lungo il viso /come una specie di sorriso? Soprattutto, arrivati a questo punto, possiamo iniziare a chiederci chi sia veramente quel pescatore, di chi stia davvero parlando De Andrè?

Quel che sappiamo è che l’assassino si fida di lui, ha fede, ci spingiamo ad affermare, in quell’uomo assopito sulla spiaggia e chiede il suo aiuto.

L’assassino fa intendere in poche battute che ha poco tempotroppa fame e sete. Solo che per dissetarsi non chiede l’acqua, certamente più indicata dell’inebriante vino per uno che sta fuggendo. Chiede pane e vino. Non cibi a caso, quindi.

Il pane e il vino rappresentano, nel cristianesimo, il cibo e la bevanda in cui Cristo si è identificato durante l’ultima cena: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. E perché Cristo dà tutto se stesso, compie quel sacrificio che ai nostri occhi pare tanto assurdo? Nei vangeli troviamo la spiegazione che Gesù stesso dà: questo è il mio corpo che è dato per voi (Lc 22,19) e questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati (Mt 26,28).

In remissione dei peccati, vale a dire, per far quadrare i conti, per cancellare gli errori di tutti.

Proprio questo vede il giovane assassino nel vecchio pescatore. In lui non scorge una condanna, ma una possibilità di aiuto, di soccorso, di perdono che non deve essere neppure chiesto.

E allora ecco a chiedere il pane e il vino, cibo e bevanda del perdono. Non chiede pane e acqua, ricordiamolo, ma pane e vino.

E arriva la risposta, muta, del vecchio, che si risveglia dal torpore del sonno e, senza guardarsi neppure intorno, versa il vino e spezza il pane. Non guarda nemmeno chi glielo stia chiedendo, non inizia a giudicare l’iniquo gesto del giovane, eppure quello gli ha detto, glielo ha confessato, di essere un assassino. Non importa, la misericordia non può guardare a questo, altrimenti si trasformerebbe in giustizia e allora non ci sarebbe più spazio per nessuno. Il giovane confessa di essere un’omicida e in quella confessione possiamo già scorgervi una forma di pentimento, è come se dicesse: sì, ho sbagliato, sono in errore, ma devo fuggire, ho sete e fame.

Così, di fronte alla sofferenza, di fronte a chi diceva ho sete e ho fame il vecchio lo nutre, lo disseta.

Quello che gli offre è proprio il simbolo del nutrimento posto a perdono di tutte le nefandezze umane, di tutte le sozzure, di tutti gli orrori.

Il pescatore, così facendo, antepone la misericordia, il perdono, alla giustizia. 

Qui il ragazzo si accorge di non aver sbagliato, si rende conto di aver fatto bene a fidarsi di quell’uomo, perché non lo ha condannato, non gli ha chiesto nulla, non lo ha neppure guardato in faccia, che significa che non ha guardato alle sue colpe. E allora, per un attimo, sente una pace che lo invade (e fu il calore d’un momento). Però non può perdere tempo, la giustizia umana lo insegue, deve scappare, di nuovo verso il vento.

Mentre fugge, lontano, chissà per quale destinazione, si pente, riconosce lo sbaglio, inizia a rendersi conto di quello che ha fatto, perché il gesto compiuto comincia a dolergli (la memoria è già dolore), comincia a rimpiangere il proprio crimine e il proprio passato.

È come se quel pane e quel vino gli avessero aperto gli occhi sul misfatto. Il giovane compie l’unica vera giustizia possibile, quella con se stesso, ammettendo i propri torti e soffrendo per essi, in una parola, pentendosi.

Se la giustizia non parte anzitutto dal cuore degli uomini, infatti, di chi commette l’errore, a nulla vale la giustizia dello stato, che non farà altro che rendere ancor più acerbo e rabbioso quel cuore. La vera giustizia è quella che uno fa con se stesso.

ecco sopraggiungere due gendarmi, ossia ecco che fanno la loro comparsa i tutori della legge, quelli che attraverso la giustizia devono mantenere l’ordine. Lo fanno per lavoro, è il loro mestiere.

Sono lì, sulla spiaggia, per catturare il criminale. Chiedono al vecchio se abbia visto qualcosa, sentito niente. Devono far giustizia, giustamente diremmo noi. Ma il pescatore, lo sappiamo dall’ultima strofa, si è di nuovo assopito, è tornato a dormire. Egli non condanna, tace.

Vale la pena di ricordare Gesù di fronte alla donna adultera, circondata dagli amministratori della giustizia dell’epoca, incalzato perché anche lui, come loro, la condanni, seguendo i precetti della legge. All’inizio fa finta di niente, si china sulla sabbia, ma quelli insistono. Alla fine nessuno la condannerà, Gesù per primo.

Il pescatore rappresenta così la misericordia, il tratto più distintivo di Dio, e i gendarmi la giustizia, quella sempre troppo umana e che insegue i malvagi con lo schioppo (vennero in sella con le armi), dove il misfatto si paga con la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Il giovane che fugge ha ucciso qualcuno e per la giustizia umana, secondo le sue leggi, deve scontare la colpa allo stesso modo.

L’inseguimento dei gendarmi dice: te la faccio pagare, è giusto che tu paghi per quello che hai fatto. L’immobilità del pescatore, al contrario, oltrepassa il problema, come non ci fosse più, vale a dire: non importa, so che sei un uomo, vedo la tua sofferenza, vedo il tuo pentimento. Ecco il vino, ecco il pane.

Non può sfuggire questa differenza di moti. I gendarmi corrono sui loro cavalli, rincorrono il male, cercando di sopprimerlo con la giustizia. Il pescatore, invece, elimina il male con un gesto d’amore.

Questa sembra la lezione del brano, di De Andrè. L’unica risposta al male non può che essere l’amore e non altro male, camuffato da giustizia. Però, lo sappiamo, per amare così, bisognerebbe essere come quel pescatore, capaci di versare il vino e spezzare il pane, per chiunque dice ho sete e ho fame.

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