GIUDIZIO O COMPRENSIONE
Nella vita quotidiana di fronte ad azioni, comporta-menti, eventi, che possono attrarre per la loro straor-dinarietà, ciascuno di noi non si limita a osservare, attratto da tutto ciò che la vita, delle città in particolare, presenta. Si mettono in atto, perlopiù inconsapevol-mente, due atteggiamenti possibili: giudicare quanto accade, oppure cercare di comprendere quanto si è osservato. Accade in modo ancor più coinvolgente, quando noi stessi diventiamo piccoli protagonisti di microeventi della quotidianità.
La scena si sposta allora all’interno di un negozio in cui siamo giunti per un acquisto oppure incontrando una persona, sia casualmente, sia perché era stato programmato un rendez-vous.
Osservando un gesto, leggendo la cronaca sul giornale o davanti a un teleschermo, si attivano l’uno o l’altro di questi due processi che implicano le funzioni della nostra mente, sia del pensiero che dell’affettività.
Non vi è dubbio che, a seconda di queste due diverse aree del nostro cervello, (da cui emergono le funzioni psichiche), ci si accorge di esprimere un giudizio oppure di sentirci quasi coinvolti elaborando, sia pure su impressioni, una comprensione.
Ecco le due parole chiave, giudicare o comprendere.
Si tratta di due dinamiche della mente, che sono l’una all’antitesi dell’altra.
Giudicare ha il significato di astrarsi, di tenersi lontani da ciò a cui si è assistito, ed esprime un giudizio, che etimologicamente deriva da ius, nel significato di diritto, e dicere che, tradotto nel comportamento, ha
il senso di esprimere.
Il giudicare è associato intimamente a colpa che, a proprio volta, si connette a pena.
E se dalle esperienze quotidiane entriamo in un tri-bunale, emettere un giudizio si compie con una vera liturgia, che vede un giudice valutare un comporta-mento, per stabilire se è contro la legge, se è un agire colpevole che va punito.
Quando l’episodio a cui ci troviamo improvvisamente ad assistere riporta all’antagonismo o addirittura alla lotta fisica, in noi si attiva il giudizio e avvertiamo verso il contendente, che riteniamo colpevole, una pulsione a impedire di compiere il gesto violento.
È il classico caso di una persona che maltratti un vecchio, o se osserviamo un bambino che viene schiaf-feggiato; anche fosse la madre a farlo, la riterremo colpevole di un’azione diseducativa, poiché abbiamo introiettato una legge che non considera mai educativa una sberla.
E, sempre in una sorta di processo, attiviamo una pena, esprimendo la nostra contrarietà, giungendo a cercare di impedire che quella violenza continui.
Il secondo termine è comprensione, che porta l’os-servatore a un atteggiamento teso ad analizzare il perché di quel gesto.
Questa volta il fatto di cronaca non è tenuto lon-tano, non c è il distacco, ma l’andare verso, che rappresenta anche etimologicamente il significato del comprendere, da cum e prehendere, cioè, prendere in-
sieme. Con una espressione figurativa, abbracciare con la mente. Come si entrasse nella scena, per poter cogliere non il fatto, così come appare all’osservazione, ma il perché si sia giunti a porlo in atto.
Ne deriva che il comprendere non si associa all’attribuzione di colpa e tantomeno alla messa in atto, sia pure solo mentale, di una pena.
Forse ora si coglie meglio l’antinomia tra i due processi.
Il comprendere va distinto dal giustificare, che ha implicito uno scopo e va distinto anche dallo spiegare, che è una parola visiva, poiché fa immaginare un rotolo che viene disteso.
Comprendere significa proprio attivare mentalmente la percezione di quanto si osserva, come conclusione di un processo che lo ha generato.
Ritornando a un comportamento di lotta magari di violenza, il comprendere non si ferma sull’azione, ma su quanto 1 ha preceduta. E la maniera per poterlo fare è l’immedesimazione, entrare cioè nella dinamica che ha condotto a quel gesto.
Rientrando invece nel tribunale, si può far riferimento al Codice di Procedura penale, che prevede sovente di inserire oltre al giudice la figura del perito (psichiatra o psicologo), nominato al fine di conoscere aspetti comportamentali che al magistrato
possono sfuggire.
Diventa evidente che l’atteggiamento del giudice è rivolto tutto al fatto, all’azione commessa, che va sanzionata per legge. L’interesse è sull’accaduto. E si può sempre fare l’esempio di una violenza fisica, subita ingiustamente.
Il perito è chiamato invece a rilevare e illustrare le caratteristiche di colui che ha compiuto l’azione contro la legge e per questo durante il lavoro peritale incontra più volte l’indagato, stabilendo una re-lazione, un dialogo, in cui il perito cerca di capire la motivazione per quel gesto, iniziando a distinguere se si tratti di un comportamento unico, oppure di una sorta di abitudine.
Cercherà anche di analizzare le caratteristiche della personalità e si comprende come abbia meno rilevanza il fatto e si soffermi, invece, sulla affettività, sulle pulsioni, sul rapporto che aveva con la persona che lo ha denunciato.
Nella scena vi sono dunque due aspetti, che corrispondono a due figure diverse: il giudice considera l’azione, il perito parte da quell’azione, per capire
come sia stata messa in atto.
Posso tar riferimento alla mia disciplina e all’aver svolto molte volte il compito peritale, per sottoline are la mia incapacità di giudicare, mentre mi impe-gno, anche nei casi più estremi, nel comprendere la dinamica attraverso cui quella persona ha manifestato l’azione che lo ha portato in tribunale.
In queste occasioni ho sempre manifestato non solo la differenza dei ruoli, ma proprio la distanza da chi deve esprimere un giudizio, che per me rappresenta una vera incapacità, e chi deve giungere alla comprensione del perché e del come quell’atto contro la legge si è espresso. E ho la convinzione che chi giudica non è in grado di occuparsi del per-ché, proprio per il tipo di coinvolgimento richiesto dai due ruoli.
In parole più semplici, si può affermare addirittura, che giudizio e comprensione non si possono mettere insieme. Chi giudica non comprende e guarda solo l’azione in corrispondenza con la legge; chi comprende non può giudicare e ignora persino il contenuto della legge e la terminologia propria del Diritto.
Devo osservare che tale contrapposizione si trova espressa sistematicamente nelle aule del tribunale, dove i giudici sono lontani dalla logica psichica, ma anche i periti, quando non sanno entrare in relazione con il periziando, si riducono a giudici in camice bianco, anziché con la toga giuridica.
E risulta contraddittoria la posizione di psicologi o psichiatri, che si vantano di occupare un ruolo di giudici, in particolare quelli minorili, mentre la disciplina a cui appartengono richiede loro di applicarne i principi, nel saper analizzare le leggi della mente. Questi rapidi richiami si volgono sia a funzioni della vita quotidiana, sia a ruoli, che si fondano sul giudizio come nei tribunali, o sulla comprensione come nell’attività della psichiatria e delle psicolo-gie, fondata sulla relazione. Sono termini che rappresentano due importanti indicazioni per definire non solo una professione, ma le caratteristiche di
personalità.
Per un’associazione molto forte, si può ricorrere alla contrapposizione di tipologie, creata da Hans Eysenck, tra introversione di chi tendenzialmente guarda a sé stesso, all’interiorità, ed estroversione di chi tende più a volgere l attenzione al mondo este-riore. Ritengo, insomma, che comprensione e giudizio distinguano la personalità di ciascuno di noi in maniera altrettanto netta. Un tipo è più teso a giu-dicare, l’altro è portato, invece, alla comprensione.
In quest’ultimo caso, significativa diventa l’empatia; nell’altro, domina l’interesse per l’azione e una ten-denza, che potremmo definire severa, punitiva. Da un lato la gratificazione è nel punire, dall’altro nel comprendere, inteso come partecipazione mentale.
Il padre punitivo e dall’altra parte quello compren-sivo. E comprendere, lo ripetiamo, non significa giu-stificare, ma essere tesi a svelare come sia stata messa in atto quella azione.
Basterebbe un riferimento a un gesto violento che, sul piano dell’azione, Si presenta identico ma sulle motivazioni può condurre a condizioni diversissime: la vendetta può rappresentare un gesto di tipo com pensativo da parte di chi è vittima di continui so-prusi, ma può, e sembra un paradosso, esprimere la
richiesta di affetto.
Abbiamo finora legato la parola giudicare a una accezione negativa, a cul corrisponde la pena. Per questo l’esempio più espressivo è l’aula di un tribunale, che ha come scopo il punire.
Occorre però affermare che il giudizio può anche avere un significato positivo e pertanto esprimersi non con la pena, ma con un premio. E in questi casi, alla pena si sostituisce il merito.
Anche socialmente, esistono i tribunali delle ono-rificenze.
Va tuttavia considerato che permane la contrap-posizione, perché vi è il rischio di considerare meri-tori, fatti che hanno motivazioni altrettanto diverse.
E sul piano della logica sociale, se è grave punire un innocente, sia pure meno grave è considerare meritevole chi non lo è.
Di fronte al merito ancora una volta c’è chi si ferma al gesto, e chi invece si sforza di comprendere, poiché questa è la modalità necessaria per dare un senso pieno al compiere un gesto d’amore, come a uno di violenza. E ci si potrebbe perdere in una serie di as-sociazioni, dove c’è il merito ingiusto o addirittura il merito, invece della pena.
La parola, drammaticamente entrata nella cronaca del tempo presente, è pedofilia (da filia, amore e pais
-paidòs, bambino). Ma il gesto pedofilo non è un ge Sto d’amore, bensì violenza su un bambino prepu-
bere, da parte di un adulto.
Un’altra differenza che si impone trattando della contrapposizione tra giudicare e comprendere è una parola, che appartiene all’ambito medico: la dia-gnosi.
A tutti gli effetti è un giudizio, ma anche un traguardo che segue un procedimento scientifico e ha come significato la cura, che va presa prima di tutto nel senso di preoccupazione, con un richiamo all’umano, prima ancora che alla clinica. E si completa attraverso interventi che tendono con maggiore o minori limiti alla guarigione (restitutio ad integrum), togliendo il male che ha la radice etimologica di malattia.
Per ulteriormente chiarire il senso profondo di questi due termini che si possono ormai considerare l’espressione di due differenti e antinomiche caratteristiche della personalità, si può aggiungere che esiste una significativa separazione tra genere maschile e femminile.
Tra gli elementi che sembrano fondare questa distinzione è la maggiore espressività dell’accoglienza nella donna. E la si può leggere come una maggiore fiducia nell’incontro e nelle relazioni, quale premessa a una comprensione. A differenza del genere maschile, che sembra mostrare una maggiore tendenza all’azione e al sospetto, che è più propenso al giudizio.
Un’altra caratteristica che li differenzia si può legare alla percezione del tempo: nell’uomo corre più rapido, mentre la donna è capace di attesa, che di spone a una maggiore prudenza, rispetto al giudizio deciso e rapido. Il tempo che passa con diversa velocità è anche invocato nella pulsione a decidere, prevalente nell’uomo rispetto alla donna.
È questo il rilievo, almeno all’interno della società occidentale, con segni che riducono la distanza nelle nuove generazioni, in base al clima di pari opportunità tra i due generi.
Per riportare la scena nell’ambito familiare risalta che nel legame di padre e madre verso i figli, generalmente quello paterno richiama il ruolo di giudice, mentre quello materno riporta decisamente alla com-prensione.
La comprensione presuppone la capacità di ascolto, mentre il giudizio richiama più la tendenza a farsi ascoltare.
Occorre però saper distinguere la comprensione dalla consolazione, che rientra in un atteggiamento af-fettivo, per incoraggiare ma anche per suggerire una maggiore benevolenza nei propri confronti, poiché il giudizio lo si dà anche verso sé stessi. Talora si tratta di giudizi molto severi, che comportano un senso di colpa, con una autopunizione. Una dinamica molto frequente, in particolare nell’età adolescenziale.
I comportamenti auto punitivi contemplano talora punizione psichiche come rifiuto di andare a diver-tirsi, caricarsi di impegni eccessivi nello studio e nel lavoro
Talora le punizioni sono fisiche, come quando si giunge a provocarsi dei tagli sulla cute, ma anche se ci si avvia all’uso di sostanze stupefacenti, che costituiscono vere condanne alla dipendenza fino ad assumere il significato di suicidi lenti.
Un quadro psicopatologico, che viene interpretato in senso auto punitivo è l’anoressia.
In senso generale nel genere femminile coesistono una tendenza alla comprensione dell’altro, e al contrario quella al giudizio su di sé. Nei maschi, domina la tendenza a giudicare l’altro, ma anche sé stessi.
Il giudicare psichico, che è proprio delle funzioni della mente, esorbita dal dualismo di bene e male, che riporta ai principi etici.
Nell’ambito delle dinamiche psicologiche, la dimensione dell’assoluto, quindi il riferimento ai principi primi, non ha alcun effetto. Il comportamento è sempre un risultato relativo a fattori che vanno visti nell’ambito dell’esistenza, da riferire a situazioni in-
dividuali, all’interno di un ambiente sociale, che muta proprio nell’esperienza.
Si può avere comprensione per un uomo, che ha compiuto azioni che la società riprova. Analogamente, si può giudicare punibile chi ha invece prodotto il bene, in maniera anomala, in una particolare circo-
stanza.
Sono rilievi che richiamano i limiti dell’uomo rilevabili anche nel campo del giudizio, lontani dal «giu-dizio di Dio» o «giudizio universale». In questo con-testo, Dio è giudice della verità che, categoricamente,
esclude la comprensione 114